“Può un racconto farsi casa? […]. Le storie possono creare uno spazio di appartenenza per chi non ha più una nazione?” Traendo ispirazione da questi interrogativi, posti da Marina Warner e Valentina Castagna in uno scritto militante del 2018, il nostro saggio offre una lettura del romanzo di Ali Smith Spring (2019) e del racconto autobiografico No Friend but the Mountains (2018) dello scrittore e attivista curdo-iraniano Behrouz Boochani avvalendosi della cornice teorica e metodologica degli Studi Postcoloniali e degli Studi Culturali. In aggiunta all’apprezzamento estetico questi approcci valorizzano l’azione politica che il testo letterario produce e ne indagano la funzione pedagogica oltre allo straordinario potenziale di esplorare e promuovere immaginari alternativi e cooptare i lettori nella loro costruzione. Nel saggio, tale prospettiva si struttura accogliendo i più recenti sviluppi della teoria critica sui confini, una letteratura che si è fatta sempre più articolata e ricca in seguito al prepotente riemergere della categoria stessa di “confine” in relazione ai crescenti movimenti di persone, spesso percepiti e codificati nel discorso e nel sentire comune nella forma negativa e assai impropria della “crisi”. Il saggio approfondisce come l’immaginario comune e la costruzione discorsiva e culturale del confine siano in ampia misura prodotti da un uso strategico della lingua e come, invece, nelle opere analizzate si tentino una decostruzione e una reinvenzione della lingua e un rinnovamento dei significati delle parole che mirano a creare e rendere condivisibili parole nuove capaci di attraversare ed aprire i confini. Come strumento primario di storytelling, la parola si trasforma in elemento fondativo di nuovi spazi di ascolto e di inclusione, facendo emergere parole chiave che sono suggestive di modi alternativi e critici di osservare, sentire e raccontare il mondo. I temi del movimento, del confinamento e della liberazione sono affrontati nei testi esaminati tramite la lente primaria della metamorfosi della parola, una parola che annuncia e denuncia, apre spazi dell’immaginazione e si offre come arma di lotta politica, racconta storie di vita, ma anche storie in cui forme controllate di realismo magico intervengono a tratti a sparigliare il conservatorismo ingessato del consensus realism, elaborando significati che stimolino la riflessione, la consapevolezza critica, l’attivismo e l’immaginazione creativa.

No friend but the mountains di Behrouz Boochani / C. Gualtieri - In: Confini, migrazioni e diritti umani / [a cura di] M. Ambrosini, M. D'amico, E. Perassi. - Milano : Milano University Press, 2022. - ISBN 979-12-80325-72-3. - pp. 207-218

No friend but the mountains di Behrouz Boochani

C. Gualtieri
2022

Abstract

“Può un racconto farsi casa? […]. Le storie possono creare uno spazio di appartenenza per chi non ha più una nazione?” Traendo ispirazione da questi interrogativi, posti da Marina Warner e Valentina Castagna in uno scritto militante del 2018, il nostro saggio offre una lettura del romanzo di Ali Smith Spring (2019) e del racconto autobiografico No Friend but the Mountains (2018) dello scrittore e attivista curdo-iraniano Behrouz Boochani avvalendosi della cornice teorica e metodologica degli Studi Postcoloniali e degli Studi Culturali. In aggiunta all’apprezzamento estetico questi approcci valorizzano l’azione politica che il testo letterario produce e ne indagano la funzione pedagogica oltre allo straordinario potenziale di esplorare e promuovere immaginari alternativi e cooptare i lettori nella loro costruzione. Nel saggio, tale prospettiva si struttura accogliendo i più recenti sviluppi della teoria critica sui confini, una letteratura che si è fatta sempre più articolata e ricca in seguito al prepotente riemergere della categoria stessa di “confine” in relazione ai crescenti movimenti di persone, spesso percepiti e codificati nel discorso e nel sentire comune nella forma negativa e assai impropria della “crisi”. Il saggio approfondisce come l’immaginario comune e la costruzione discorsiva e culturale del confine siano in ampia misura prodotti da un uso strategico della lingua e come, invece, nelle opere analizzate si tentino una decostruzione e una reinvenzione della lingua e un rinnovamento dei significati delle parole che mirano a creare e rendere condivisibili parole nuove capaci di attraversare ed aprire i confini. Come strumento primario di storytelling, la parola si trasforma in elemento fondativo di nuovi spazi di ascolto e di inclusione, facendo emergere parole chiave che sono suggestive di modi alternativi e critici di osservare, sentire e raccontare il mondo. I temi del movimento, del confinamento e della liberazione sono affrontati nei testi esaminati tramite la lente primaria della metamorfosi della parola, una parola che annuncia e denuncia, apre spazi dell’immaginazione e si offre come arma di lotta politica, racconta storie di vita, ma anche storie in cui forme controllate di realismo magico intervengono a tratti a sparigliare il conservatorismo ingessato del consensus realism, elaborando significati che stimolino la riflessione, la consapevolezza critica, l’attivismo e l’immaginazione creativa.
Storie; confini; migrazione
Settore L-LIN/10 - Letteratura Inglese
https://libri.unimi.it/index.php/milanoup/catalog/view/83/232/826-1
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