È di questi giorni la notizia che il coronavirus è entrato in carcere[1]. Al 17 marzo, nelle carceri lombarde erano stati rilevati quattro casi di positività al test fra i detenuti: a Milano San Vittore, a Pavia e a Voghera. Un altro caso era stato accertato a Lecce, e prima ancora a Modena, nell’istituto che sarebbe stato poi devastato dalla rivolta dei detenuti. Il contagio non ha risparmiato il personale che lavora in carcere, agenti della polizia penitenziaria e medici (due casi a Brescia). È accaduto pertanto quel che si temeva, in ragione delle condizioni di vita all’interno del carcere: un luogo caratterizzato da una forzata convivenza a stretto contatto gli uni con gli altri, in spazi estremamente ridotti e in condizioni igieniche spesso precarie[2]. Si consideri inoltre che anche lo stato di salute dei detenuti è tutt’altro che ottimale: secondo quanto riferisce Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, il 67% dei reclusi ha almeno una patologia pregressa, con la conseguenza che “le carceri rischiano di diventare una bomba sanitaria che si può ripercuotere sulla tenuta del sistema sanitario nazionale”. È un problema che – da notizie di questi giorni – la pandemia sta ponendo in tutto il mondo[3], in modo allarmante, e che a ben vedere – lo notiamo per inciso – interessa anche altre realtà, come i centri per gli immigrati[4].

Carcere, coronavirus, decreto ‘cura Italia’: a mali estremi, timidi rimedi / E. Dolcini, G.L. Gatta. - In: SISTEMA PENALE. - ISSN 2704-8098. - (2020 Mar 20).

Carcere, coronavirus, decreto ‘cura Italia’: a mali estremi, timidi rimedi

E. Dolcini;G.L. Gatta
2020-03-20

Abstract

È di questi giorni la notizia che il coronavirus è entrato in carcere[1]. Al 17 marzo, nelle carceri lombarde erano stati rilevati quattro casi di positività al test fra i detenuti: a Milano San Vittore, a Pavia e a Voghera. Un altro caso era stato accertato a Lecce, e prima ancora a Modena, nell’istituto che sarebbe stato poi devastato dalla rivolta dei detenuti. Il contagio non ha risparmiato il personale che lavora in carcere, agenti della polizia penitenziaria e medici (due casi a Brescia). È accaduto pertanto quel che si temeva, in ragione delle condizioni di vita all’interno del carcere: un luogo caratterizzato da una forzata convivenza a stretto contatto gli uni con gli altri, in spazi estremamente ridotti e in condizioni igieniche spesso precarie[2]. Si consideri inoltre che anche lo stato di salute dei detenuti è tutt’altro che ottimale: secondo quanto riferisce Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, il 67% dei reclusi ha almeno una patologia pregressa, con la conseguenza che “le carceri rischiano di diventare una bomba sanitaria che si può ripercuotere sulla tenuta del sistema sanitario nazionale”. È un problema che – da notizie di questi giorni – la pandemia sta ponendo in tutto il mondo[3], in modo allarmante, e che a ben vedere – lo notiamo per inciso – interessa anche altre realtà, come i centri per gli immigrati[4].
Coronavirus; COVID-19; carcere; epidemia; pandemia; misure alternative alla detenzione; pena
Settore IUS/17 - Diritto Penale
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