Per gli episcopati di area lombarda, il periodo compreso fra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta del Trecento rappresentò una stagione di riorganizzazione amministrativa, ridefinizione e rinnovamento delle pratiche di governo. Ciò dipese innanzitutto dalla generale evoluzione del quadro politico: la fine degli scontri fra le signorie ghibelline e l’alleanza guelfa coordinata dal papato avignonese (sancita dalla tregua siglata nel 1329-1330 fra Giovanni XXII e i Visconti) inaugurò un periodo di pacificazione interna, sostanzialmente coevo all’espansione viscontea in Lombardia. Il nuovo accordo fra il papato e i signori di Milano si esplicitò non solo nel riconoscimento dell’influenza politica viscontea ma nell’accettazione, nelle sedi episcopali del dominio, di prelati in linea con le direttive papali, diretta espressione di Avignone, molti dei quali caratterizzati da spiccate attitudini di governo e spesso direttamente impegnati negli offici della curia pontificia. Normalizzazione politica, pacificazione dei contrasti interni e presenza di nuove figure episcopali dotate di un’elevata coscienza della propria funzione furono fattori che si riverberarono concretamente sul governo delle diocesi di area lombarda. Questi presuli e i loro collaboratori si resero protagonisti di importanti iniziative: riorganizzazione del patrimonio, promozione di sistemi di governo fondati su un più robusto rapporto con la scrittura, interventi sul piano pastorale (correzione dei costumi del clero, ripristino del controllo sui capitoli cattedrali, riaffermazione del diritto a visitare il clero locale). In questa sede, ci si concentrerà su un peculiare ambito di azione su cui alcuni di questi vescovi insistettero particolarmente: il recupero, la ristrutturazione, quando non addirittura la nuova edificazione, di palazzi e castelli episcopali in città o in diocesi. Simili interventi, tutt’altro che isolati, devono essere letti in stretta correlazione all’insistenza con cui i vescovi intesero favorire una promozione, anche visuale, della propria autorità e ribadire in tal modo quella centralità episcopale (sia rispetto a vassalli e concessionari, sia rispetto al clero locale) che si percepiva come minacciata o sbiadita. Particolare attenzione sarà attribuita ai possibili modelli e riferimenti culturali che ispirarono tali iniziative. Da un lato, la riedificazione di castelli e fortezze (scelti in alcuni casi come residenze temporanee dai presuli) va intesa come uno degli strumenti con cui i vescovi che ancora conservavano prerogative signorili intesero ribadire la propria autorità temporale, contrastandone l’oblio. Dall’altro, la ristrutturazione dei palazzi urbani muoveva da ragioni disparate: in alcuni casi era chiaramente operante un modello di ‘Buon Governo’ che traeva ispirazione dagli interventi dei pontefici avignonesi sul palazzo apostolico e secondo il quale i nuovi ambienti furono progettati per ospitare gli uffici della curia vescovile e le diverse funzioni del governo. In altri casi, le ristrutturazioni funsero da volano per veicolare specifiche linee di intervento pastorale in diocesi, come ad esempio la promozione della residenza e della vita comune del clero.

Gli spazi del governo episcopale (area lombarda, metà del XIV secolo) / F. Pagnoni. ((Intervento presentato al 1. convegno Convegno SISMED della medievistica italiana tenutosi a Bertinoro nel 2018.

Gli spazi del governo episcopale (area lombarda, metà del XIV secolo)

F. Pagnoni
2018

Abstract

Per gli episcopati di area lombarda, il periodo compreso fra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta del Trecento rappresentò una stagione di riorganizzazione amministrativa, ridefinizione e rinnovamento delle pratiche di governo. Ciò dipese innanzitutto dalla generale evoluzione del quadro politico: la fine degli scontri fra le signorie ghibelline e l’alleanza guelfa coordinata dal papato avignonese (sancita dalla tregua siglata nel 1329-1330 fra Giovanni XXII e i Visconti) inaugurò un periodo di pacificazione interna, sostanzialmente coevo all’espansione viscontea in Lombardia. Il nuovo accordo fra il papato e i signori di Milano si esplicitò non solo nel riconoscimento dell’influenza politica viscontea ma nell’accettazione, nelle sedi episcopali del dominio, di prelati in linea con le direttive papali, diretta espressione di Avignone, molti dei quali caratterizzati da spiccate attitudini di governo e spesso direttamente impegnati negli offici della curia pontificia. Normalizzazione politica, pacificazione dei contrasti interni e presenza di nuove figure episcopali dotate di un’elevata coscienza della propria funzione furono fattori che si riverberarono concretamente sul governo delle diocesi di area lombarda. Questi presuli e i loro collaboratori si resero protagonisti di importanti iniziative: riorganizzazione del patrimonio, promozione di sistemi di governo fondati su un più robusto rapporto con la scrittura, interventi sul piano pastorale (correzione dei costumi del clero, ripristino del controllo sui capitoli cattedrali, riaffermazione del diritto a visitare il clero locale). In questa sede, ci si concentrerà su un peculiare ambito di azione su cui alcuni di questi vescovi insistettero particolarmente: il recupero, la ristrutturazione, quando non addirittura la nuova edificazione, di palazzi e castelli episcopali in città o in diocesi. Simili interventi, tutt’altro che isolati, devono essere letti in stretta correlazione all’insistenza con cui i vescovi intesero favorire una promozione, anche visuale, della propria autorità e ribadire in tal modo quella centralità episcopale (sia rispetto a vassalli e concessionari, sia rispetto al clero locale) che si percepiva come minacciata o sbiadita. Particolare attenzione sarà attribuita ai possibili modelli e riferimenti culturali che ispirarono tali iniziative. Da un lato, la riedificazione di castelli e fortezze (scelti in alcuni casi come residenze temporanee dai presuli) va intesa come uno degli strumenti con cui i vescovi che ancora conservavano prerogative signorili intesero ribadire la propria autorità temporale, contrastandone l’oblio. Dall’altro, la ristrutturazione dei palazzi urbani muoveva da ragioni disparate: in alcuni casi era chiaramente operante un modello di ‘Buon Governo’ che traeva ispirazione dagli interventi dei pontefici avignonesi sul palazzo apostolico e secondo il quale i nuovi ambienti furono progettati per ospitare gli uffici della curia vescovile e le diverse funzioni del governo. In altri casi, le ristrutturazioni funsero da volano per veicolare specifiche linee di intervento pastorale in diocesi, come ad esempio la promozione della residenza e della vita comune del clero.
Settore M-STO/01 - Storia Medievale
Gli spazi del governo episcopale (area lombarda, metà del XIV secolo) / F. Pagnoni. ((Intervento presentato al 1. convegno Convegno SISMED della medievistica italiana tenutosi a Bertinoro nel 2018.
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