Il problema della sensazione, variamente inteso ed affrontato, costituisce un crocevia ottocentesco di dibattiti scientifici e filosofici, mentre matura la consapevolezza genericamente condivisa che l’analisi delle sensazioni marchi il delicato limite tra scienza e filosofia, nella loro insolubile contesa intorno all’apparire degli oggetti dei sensi. Perché scienziati e filosofi della levatura di Helmholtz o Lange leggono nella Sinnesphysiologie una versione – quasi una fondazione – scientifica del kantismo, mentre a giudizio di Emil du Bois-Reymond è proprio nella sensazione che va tracciato de iure e de facto il limite della conoscenza? Ignorabimus! Così du Bois-Reymond conclude il celebre discorso nel quale passa in rassegna i limiti «trascendenti» della conoscenza. Egli sottolinea come nessun ordinamento di forza e materia possa spiegare anche soltanto la sensazione più semplice; insiste sulle limitazioni che la natura specifica della sensibilità (umana) impone al progresso fattuale della (nostra) conoscenza. Di diritto, la spiegazione meccanica perfetta si arresta alle soglie dei suoi concetti fondamentali (materia e forza), dell’origine della loro interazione (moto) e dell’emergere di livelli «ipermeccanici», quali la sensazione e l’azione intelligente: si tratta dei limiti «trascendenti» della scienza. Di fatto, l’ineliminabile componente sensibile del sapere umano limita, sul piano antropologico, la possibilità di realizzare anche una spiegazione meccanica completa dei fenomeni. L’oggettività fondata nella scienza non può di diritto accogliere il livello puramente soggettivo e fattuale dell’apparire e della qualità delle sensazioni: il mondo variopinto e risonante dato nelle sensazioni compromette di fatto i «principi primi» della perfetta conoscenza meccanica della natura. Non è umanamente possibile pervenire in maniera completa e coerente al sostrato qualitativamente indifferente e risolto in rapporti quantitativi, che rappresenta l’ideale della conoscenza meccanica. Si riaffaccia così, ai limiti storici e teorici della tradizione di ricerca ispirata ai principi della meccanica, il problema delle qualità secondarie, che, escluse di diritto da quel modello esplicativo, pure s’impone all’ordine del giorno della ricerca con la fondazione scientifica della fisiologia. Da un lato, il programma di fisiologia biofisica perseguito da Helmholtz, Du Bois-Reymond, Brücke e Ludwig promette una spiegazione meccanica; dall’altro, nello studio della percezione visiva e uditiva si ha una presa di coscienza in senso anti-riduzionistico: nell’interazione metodologica tra fisica, anatomia, fisiologia, psicologia e filosofia occorre garantire l’autonomia del livello psichico senza tuttavia rinunciare all’esigenza di una spiegazione meccanico-causale. A partire dalla ricostruzione storico-critica della Sinnesphysiologie, si illustrerà la varietà di strategie e soluzioni che Helmholtz adotta, a garanzia della specificità che pertiene a ciascuno dei piani fisiologico, psicologico ed estetico nelle analisi della vista e dell’udito. Nell’indagine fisiologica delle funzioni preposte alla ricezione e trasmissione degli stimoli “luminosi” e “sonori”, la componente di «attività» viene riconosciuta, in maniera scientificamente discutibile, mediante la teoria delle energie sensoriali specifiche, che spiegherebbe la natura soggettiva delle qualità apparenti del colore e del suono. Sul piano delle strutture formali della percezione, nel caso della visione la genesi della spazialità viene ricostruita a livello psicologico grazie all’assunzione di un’attività inferenziale inconscia, mentre le relazioni armoniche del suono, oggettivate nei vari sistemi musicali, vengono infine legittimate in virtù della normatività dei principi estetici. La complessità dei livelli di analisi dell’indagine helmholtziana condurrà ad approfondire e differenziare la tesi di du Bois-Reymond, che individua nella sensazione un limite «trascendente» della conoscenza. Le implicazioni della fisiologia di Helmholtz rispetto al problema dei limiti della conoscenza non vertono solo sul composito statuto della sensazione, ma investono più in generale una discussione sul trascendentale. Mentre la causalità assume per Helmholtz un valore soltanto regolativo (e per du Bois-Reymond un’esigenza umana), lo studio della percezione arriva a compromettere l’a priori sul piano genetico, spostando la quaestio iuris dall’esperienza possibile ad una scienza dell’esperienza determinata, alla fisiologia.

I limiti della sensazione. La discussione sui limiti della conoscenza nella Sinnesphysiologie / N. Moro. ((Intervento presentato al convegno Limiti e libertà: condizione umana, conoscenza, azione sospese tra due assoluti tenutosi a Breno (BS) nel 2013.

I limiti della sensazione. La discussione sui limiti della conoscenza nella Sinnesphysiologie

N. Moro
2013

Abstract

Il problema della sensazione, variamente inteso ed affrontato, costituisce un crocevia ottocentesco di dibattiti scientifici e filosofici, mentre matura la consapevolezza genericamente condivisa che l’analisi delle sensazioni marchi il delicato limite tra scienza e filosofia, nella loro insolubile contesa intorno all’apparire degli oggetti dei sensi. Perché scienziati e filosofi della levatura di Helmholtz o Lange leggono nella Sinnesphysiologie una versione – quasi una fondazione – scientifica del kantismo, mentre a giudizio di Emil du Bois-Reymond è proprio nella sensazione che va tracciato de iure e de facto il limite della conoscenza? Ignorabimus! Così du Bois-Reymond conclude il celebre discorso nel quale passa in rassegna i limiti «trascendenti» della conoscenza. Egli sottolinea come nessun ordinamento di forza e materia possa spiegare anche soltanto la sensazione più semplice; insiste sulle limitazioni che la natura specifica della sensibilità (umana) impone al progresso fattuale della (nostra) conoscenza. Di diritto, la spiegazione meccanica perfetta si arresta alle soglie dei suoi concetti fondamentali (materia e forza), dell’origine della loro interazione (moto) e dell’emergere di livelli «ipermeccanici», quali la sensazione e l’azione intelligente: si tratta dei limiti «trascendenti» della scienza. Di fatto, l’ineliminabile componente sensibile del sapere umano limita, sul piano antropologico, la possibilità di realizzare anche una spiegazione meccanica completa dei fenomeni. L’oggettività fondata nella scienza non può di diritto accogliere il livello puramente soggettivo e fattuale dell’apparire e della qualità delle sensazioni: il mondo variopinto e risonante dato nelle sensazioni compromette di fatto i «principi primi» della perfetta conoscenza meccanica della natura. Non è umanamente possibile pervenire in maniera completa e coerente al sostrato qualitativamente indifferente e risolto in rapporti quantitativi, che rappresenta l’ideale della conoscenza meccanica. Si riaffaccia così, ai limiti storici e teorici della tradizione di ricerca ispirata ai principi della meccanica, il problema delle qualità secondarie, che, escluse di diritto da quel modello esplicativo, pure s’impone all’ordine del giorno della ricerca con la fondazione scientifica della fisiologia. Da un lato, il programma di fisiologia biofisica perseguito da Helmholtz, Du Bois-Reymond, Brücke e Ludwig promette una spiegazione meccanica; dall’altro, nello studio della percezione visiva e uditiva si ha una presa di coscienza in senso anti-riduzionistico: nell’interazione metodologica tra fisica, anatomia, fisiologia, psicologia e filosofia occorre garantire l’autonomia del livello psichico senza tuttavia rinunciare all’esigenza di una spiegazione meccanico-causale. A partire dalla ricostruzione storico-critica della Sinnesphysiologie, si illustrerà la varietà di strategie e soluzioni che Helmholtz adotta, a garanzia della specificità che pertiene a ciascuno dei piani fisiologico, psicologico ed estetico nelle analisi della vista e dell’udito. Nell’indagine fisiologica delle funzioni preposte alla ricezione e trasmissione degli stimoli “luminosi” e “sonori”, la componente di «attività» viene riconosciuta, in maniera scientificamente discutibile, mediante la teoria delle energie sensoriali specifiche, che spiegherebbe la natura soggettiva delle qualità apparenti del colore e del suono. Sul piano delle strutture formali della percezione, nel caso della visione la genesi della spazialità viene ricostruita a livello psicologico grazie all’assunzione di un’attività inferenziale inconscia, mentre le relazioni armoniche del suono, oggettivate nei vari sistemi musicali, vengono infine legittimate in virtù della normatività dei principi estetici. La complessità dei livelli di analisi dell’indagine helmholtziana condurrà ad approfondire e differenziare la tesi di du Bois-Reymond, che individua nella sensazione un limite «trascendente» della conoscenza. Le implicazioni della fisiologia di Helmholtz rispetto al problema dei limiti della conoscenza non vertono solo sul composito statuto della sensazione, ma investono più in generale una discussione sul trascendentale. Mentre la causalità assume per Helmholtz un valore soltanto regolativo (e per du Bois-Reymond un’esigenza umana), lo studio della percezione arriva a compromettere l’a priori sul piano genetico, spostando la quaestio iuris dall’esperienza possibile ad una scienza dell’esperienza determinata, alla fisiologia.
Ignorabimus-Streit ; teoria e limiti della conoscenza ; Sinnesphysiologie ; sensazione
Settore M-FIL/06 - Storia della Filosofia
Università degli Studi di Milano
I limiti della sensazione. La discussione sui limiti della conoscenza nella Sinnesphysiologie / N. Moro. ((Intervento presentato al convegno Limiti e libertà: condizione umana, conoscenza, azione sospese tra due assoluti tenutosi a Breno (BS) nel 2013.
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