Gli AA, dopo aver condotto una disamina storica del concetto di psicopatia, evidenziano come nelle ricerche più recenti tale dimensione personologica si articoli in differenti e variegate sfaccettature. In particolare, il seminale lavoro di Hare evidenzia come clusters principali di questo funzionamento personologico la dimensione interpersonale, la dimensione affettiva, la dimensione relativa allo stile di vita, la dimensione antisociale (legata al discontrollo ed alla aggressività fisica, preponderantemente rappresentata nei media e nel senso comune); tali clusters non sono necessariamente sempre intercorrelati. Pertanto, psicopatici con ridotta antisocialità possono trovare nicchie ecologiche che garantiscono loro un buon, se non ottimo, adattamento con minori probabilità di incorrere in problemi legali rispetto a quelli connotati da elevata antisocialità. Ciò consente di comprendere come tratti spiccatamente e gravemente psicopatici possano essere rintracciati nella criminalità dei colletti bianchi, spesso studiata solo analizzando i reati e non chi li ha commessi. Studiando il white-collar crime da una prospettiva personologica è possibile comprendere come determinate modalità di funzionamento individuali (arroganza, amore del rischio, noncuranza per il danno inflitto al prossimo, manipolatività, narcisismo et alia) possano risultare ecologiche sia per il soggetto che per – sul breve termine – determinati contesti lavorativi ed aziendali. Tale nefasta sinergia porta tuttavia inevitabilmente a disastri socio-economici, che gli psicopatici aziendali – tale è la definizione recentemente coniata – si lasciano alle spalle senza alcun tipo di coinvolgimento. Questa analisi ha portato alcuni AA ad ipotizzare addirittura un ruolo chiave della psicopatia aziendale nella crisi finanziaria globale. Le recenti evidenze neurotecnologiche che hanno indicato alcune peculiarità nel funzionamento cerebrale dei soggetti psicopatici possono far sorgere, in sinergia a dati che suggeriscono la presenza in costoro sia di assetti genetici atipici che di esperienze infantili spesso traumatiche, il dubbio che alcune modalità di declinarsi della dimensione psicopatica possano avere salienza di malattia. Prescindendo dalla strutturale complessità del processo di classificazione da una dimensione di funzionamento ad una di franco disturbo psichiatrico, difficoltà in questo caso particolarmente elevata, il problema, alla luce della sentenza 9163/2005 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, è quello di stabilire se tale – eventuale – patologia possa essere grave al punto da rilevare sul piano dell’imputabilità e da connotare i reati commessi dagli psicopatici aziendali da valore di infermità. In base all’analisi condotta, gli AA concludono che i criteri richiesti da tale sentenza per considerare assente o grandemente scemata la capacità di intendere e volere non possano essere soddisfatti. A ciò si aggiunga che lo stigma di una malattia mentale, grave sino al punto da essere giuridicamente rilevante, per uno psicopatico aziendale è un costo, in termini complessivi, molto più elevato rispetto a quello di un “normale” iter processuale. Gli AA concludono che, per quanto allo stato attuale la definizione di psicopatia aziendale possa avere avere modesta rilevanza per l’imputabilità, sia utile approfondire le ricerche in materia allo scopo di adottare politiche preventive (ad esempio, screening in sede di head hunting) dei danni inflitti da tale condizione aziendale alla comunità.

Carneade, lo psicopatico aziendale e le sezioni unite della Corte di Cassazione / A. Pennati, I. Merzagora, G.V. Travaini. - In: RIVISTA ITALIANA DI MEDICINA LEGALE. - ISSN 1124-3376. - 35:2(2013), pp. 573-595.

Carneade, lo psicopatico aziendale e le sezioni unite della Corte di Cassazione

I. Merzagora
Secondo
;
G.V. Travaini
Ultimo
2013

Abstract

Gli AA, dopo aver condotto una disamina storica del concetto di psicopatia, evidenziano come nelle ricerche più recenti tale dimensione personologica si articoli in differenti e variegate sfaccettature. In particolare, il seminale lavoro di Hare evidenzia come clusters principali di questo funzionamento personologico la dimensione interpersonale, la dimensione affettiva, la dimensione relativa allo stile di vita, la dimensione antisociale (legata al discontrollo ed alla aggressività fisica, preponderantemente rappresentata nei media e nel senso comune); tali clusters non sono necessariamente sempre intercorrelati. Pertanto, psicopatici con ridotta antisocialità possono trovare nicchie ecologiche che garantiscono loro un buon, se non ottimo, adattamento con minori probabilità di incorrere in problemi legali rispetto a quelli connotati da elevata antisocialità. Ciò consente di comprendere come tratti spiccatamente e gravemente psicopatici possano essere rintracciati nella criminalità dei colletti bianchi, spesso studiata solo analizzando i reati e non chi li ha commessi. Studiando il white-collar crime da una prospettiva personologica è possibile comprendere come determinate modalità di funzionamento individuali (arroganza, amore del rischio, noncuranza per il danno inflitto al prossimo, manipolatività, narcisismo et alia) possano risultare ecologiche sia per il soggetto che per – sul breve termine – determinati contesti lavorativi ed aziendali. Tale nefasta sinergia porta tuttavia inevitabilmente a disastri socio-economici, che gli psicopatici aziendali – tale è la definizione recentemente coniata – si lasciano alle spalle senza alcun tipo di coinvolgimento. Questa analisi ha portato alcuni AA ad ipotizzare addirittura un ruolo chiave della psicopatia aziendale nella crisi finanziaria globale. Le recenti evidenze neurotecnologiche che hanno indicato alcune peculiarità nel funzionamento cerebrale dei soggetti psicopatici possono far sorgere, in sinergia a dati che suggeriscono la presenza in costoro sia di assetti genetici atipici che di esperienze infantili spesso traumatiche, il dubbio che alcune modalità di declinarsi della dimensione psicopatica possano avere salienza di malattia. Prescindendo dalla strutturale complessità del processo di classificazione da una dimensione di funzionamento ad una di franco disturbo psichiatrico, difficoltà in questo caso particolarmente elevata, il problema, alla luce della sentenza 9163/2005 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, è quello di stabilire se tale – eventuale – patologia possa essere grave al punto da rilevare sul piano dell’imputabilità e da connotare i reati commessi dagli psicopatici aziendali da valore di infermità. In base all’analisi condotta, gli AA concludono che i criteri richiesti da tale sentenza per considerare assente o grandemente scemata la capacità di intendere e volere non possano essere soddisfatti. A ciò si aggiunga che lo stigma di una malattia mentale, grave sino al punto da essere giuridicamente rilevante, per uno psicopatico aziendale è un costo, in termini complessivi, molto più elevato rispetto a quello di un “normale” iter processuale. Gli AA concludono che, per quanto allo stato attuale la definizione di psicopatia aziendale possa avere avere modesta rilevanza per l’imputabilità, sia utile approfondire le ricerche in materia allo scopo di adottare politiche preventive (ad esempio, screening in sede di head hunting) dei danni inflitti da tale condizione aziendale alla comunità.
psicopatia ; criminalità economica ; imputabilità
Settore MED/43 - Medicina Legale
Article (author)
File in questo prodotto:
Non ci sono file associati a questo prodotto.
Pubblicazioni consigliate

Caricamento pubblicazioni consigliate

I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.

Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/2434/224494
Citazioni
  • ???jsp.display-item.citation.pmc??? ND
  • Scopus ND
  • ???jsp.display-item.citation.isi??? ND
social impact