La storiografia sulla finanza privata d’antico regime, indipendentemente dal contesto geografico d’analisi, è sembrata dominata fino ad ora da un’unica prospettiva, quella limitata all’esame dell’offerta. In effetti tanto i fondamentali contributi della prima metà del nostro secolo, rivolti soprattutto allo studio dei mezzi e delle operazioni finanziarie, quanto quelli successivi, relativi alle attività bancarie e fieristiche della penisola italiana, hanno dedicato poca o nessuna attenzione all’impiego e alla destinazione effettiva di questi strumenti di intermediazione e di credito all’interno della vita economica. Senza approfondire in modo adeguato il punto di vista della domanda, la letteratura ha finito per risolvere il commercio del denaro nella «neutralizzazione della ricchezza» o mettendone in evidenza solo gli impieghi speculativi e militari, o facendone emergere principi e caratteri più facilmente riconducibili alla metafisica che non alla storia economica. In ogni caso quello di cui si avverte la mancanza è l’attenzione per l’innervatura di questi fenomeni nella realtà economica complessiva del contesto indagato, per i possibili rapporti e influenze che la struttura finanziaria può avere con l’andamento del sistema produttivo e distributivo. L’idea, invece, che - anche per l’età preindustriale - l’organizzazione delle attività finanziarie possa avere un rapporto determinante con il trend degli eventi economici reali, rappresenta il risultato più importante di questa ricerca, condotta proprio sugli operatori milanesi dediti al traffico del denaro tra la fine del XVI e i primi decenni del XVII secolo. Attraverso l’incrocio degli elenchi e delle registrazioni fiscali con gli atti notarili (doltre 4.000 quelli usati, individuati presso l'Archiio di Stato di Milano), dei documenti locali con quelli spagnoli, la loro azione è stata indagata tanto dal lato dell’offerta che da quello della domanda, ricostruendo così - almeno nelle linee essenziali - la struttura, la dimensione e il network dell’attività aggregata di «quest’homini attenti a che il denaro non resti otioso». È emersa così chiaramente la portata che, nell’assetto funzionale dell’espansione economica regionale, avviatasi alla metà del Cinquecento, ha assunto il commercio del denaro nella sua versione creditizia e di intermediazione. La cronologia dell’affermazione del sistema finanziario ha, in effetti, coinciso con il momento in cui tutte le variabili economiche hanno raggiunto il ritmo di crescita più sostenuto, facendo del Ducato uno dei paesi più ricchi del continente; in un brevissimo arco di tempo (1575-1585) l’organizzazione del traffico del denaro si è resa operativa e i suoi elementi hanno perso il carattere di sporadicità per diventare costitutivi dell’ossatura economica. E questo ha sostenuto e favorito la fase di espansione generale, aumentando il grado di efficienza globale dell’economia grazie alla riduzione dei costi di ricerca e dei costi di informazione nell’allocazione del credito e nell’ottimizzazione del canale di comunicazione fra la sua offerta e la sua domanda. All’interno di questo sistema anche le cospicue esigenze del sovrano e della camera ducale, che avevano rappresentato un macroimpulso determinante per la definizione in senso più strettamente finanziario e speculativo del «negotio del denaro», non finivano per esaurire le capacità dei banchieri-cambisti milanesi: in effetti la loro azione non era tanto quella di spostare i propri guadagni mercantili nelle negoziazioni finanziarie, quanto piuttosto quella di mettere in connessione - grazie a una rete di rapporti molto ramificata (anche politicamente) - i diversi flussi e circuiti del denaro (quello della raccolta di piccole e medie somme tra vedove e luoghi pii, quello dei contanti da investire sui cambi di Bisenzone per conto terzi, quello del credito ai diversi rami manifatturieri, ai proprietari agricoli, ai grandi mercanti di spezie, quello dei prestiti al sovrano, alla camera e alla città, quello dei pagamenti e degli incassi delle lettere di cambio trattate su tutte le città d’Europa, e così via). Il successo degli operatori finanziari milanesi, dunque, appare legato alla capacità, mutuata dai genovesi, di controllare l'oscillazione fra questi diversi circuiti e di far incontrare la domanda di denaro con la sua offerta, creandone nuove e moltiplicate disponibilità.

Commercio del denaro e crescita economica a Milano tra Cinquecento e Seicento / G. De Luca. - Milano : Il Polifilo, 1996. - ISBN 88-7050-196-5.

Commercio del denaro e crescita economica a Milano tra Cinquecento e Seicento

G. De Luca
1996

Abstract

La storiografia sulla finanza privata d’antico regime, indipendentemente dal contesto geografico d’analisi, è sembrata dominata fino ad ora da un’unica prospettiva, quella limitata all’esame dell’offerta. In effetti tanto i fondamentali contributi della prima metà del nostro secolo, rivolti soprattutto allo studio dei mezzi e delle operazioni finanziarie, quanto quelli successivi, relativi alle attività bancarie e fieristiche della penisola italiana, hanno dedicato poca o nessuna attenzione all’impiego e alla destinazione effettiva di questi strumenti di intermediazione e di credito all’interno della vita economica. Senza approfondire in modo adeguato il punto di vista della domanda, la letteratura ha finito per risolvere il commercio del denaro nella «neutralizzazione della ricchezza» o mettendone in evidenza solo gli impieghi speculativi e militari, o facendone emergere principi e caratteri più facilmente riconducibili alla metafisica che non alla storia economica. In ogni caso quello di cui si avverte la mancanza è l’attenzione per l’innervatura di questi fenomeni nella realtà economica complessiva del contesto indagato, per i possibili rapporti e influenze che la struttura finanziaria può avere con l’andamento del sistema produttivo e distributivo. L’idea, invece, che - anche per l’età preindustriale - l’organizzazione delle attività finanziarie possa avere un rapporto determinante con il trend degli eventi economici reali, rappresenta il risultato più importante di questa ricerca, condotta proprio sugli operatori milanesi dediti al traffico del denaro tra la fine del XVI e i primi decenni del XVII secolo. Attraverso l’incrocio degli elenchi e delle registrazioni fiscali con gli atti notarili (doltre 4.000 quelli usati, individuati presso l'Archiio di Stato di Milano), dei documenti locali con quelli spagnoli, la loro azione è stata indagata tanto dal lato dell’offerta che da quello della domanda, ricostruendo così - almeno nelle linee essenziali - la struttura, la dimensione e il network dell’attività aggregata di «quest’homini attenti a che il denaro non resti otioso». È emersa così chiaramente la portata che, nell’assetto funzionale dell’espansione economica regionale, avviatasi alla metà del Cinquecento, ha assunto il commercio del denaro nella sua versione creditizia e di intermediazione. La cronologia dell’affermazione del sistema finanziario ha, in effetti, coinciso con il momento in cui tutte le variabili economiche hanno raggiunto il ritmo di crescita più sostenuto, facendo del Ducato uno dei paesi più ricchi del continente; in un brevissimo arco di tempo (1575-1585) l’organizzazione del traffico del denaro si è resa operativa e i suoi elementi hanno perso il carattere di sporadicità per diventare costitutivi dell’ossatura economica. E questo ha sostenuto e favorito la fase di espansione generale, aumentando il grado di efficienza globale dell’economia grazie alla riduzione dei costi di ricerca e dei costi di informazione nell’allocazione del credito e nell’ottimizzazione del canale di comunicazione fra la sua offerta e la sua domanda. All’interno di questo sistema anche le cospicue esigenze del sovrano e della camera ducale, che avevano rappresentato un macroimpulso determinante per la definizione in senso più strettamente finanziario e speculativo del «negotio del denaro», non finivano per esaurire le capacità dei banchieri-cambisti milanesi: in effetti la loro azione non era tanto quella di spostare i propri guadagni mercantili nelle negoziazioni finanziarie, quanto piuttosto quella di mettere in connessione - grazie a una rete di rapporti molto ramificata (anche politicamente) - i diversi flussi e circuiti del denaro (quello della raccolta di piccole e medie somme tra vedove e luoghi pii, quello dei contanti da investire sui cambi di Bisenzone per conto terzi, quello del credito ai diversi rami manifatturieri, ai proprietari agricoli, ai grandi mercanti di spezie, quello dei prestiti al sovrano, alla camera e alla città, quello dei pagamenti e degli incassi delle lettere di cambio trattate su tutte le città d’Europa, e così via). Il successo degli operatori finanziari milanesi, dunque, appare legato alla capacità, mutuata dai genovesi, di controllare l'oscillazione fra questi diversi circuiti e di far incontrare la domanda di denaro con la sua offerta, creandone nuove e moltiplicate disponibilità.
commercio del denaro ; crescita economica ; Lombardia ; XVI-XVII secc.
Settore SECS-P/12 - Storia Economica
Commercio del denaro e crescita economica a Milano tra Cinquecento e Seicento / G. De Luca. - Milano : Il Polifilo, 1996. - ISBN 88-7050-196-5.
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