Perché le mostre di “arte primitiva” sono inevitabilmente oggetto di polemiche e critiche? Perché la parola stessa, “primitivo”, sembra oggi quasi impronunciabile? Anche quando si cerca di sfuggire a ogni trappola etnocentrica, colonialista o riduzionista, il dibattito acceso, per non dire lo scandalo, sembra inevitabile. Accadde nel 1984 a New York quando l’allora direttore del Dipartimento di scultura e pittura del MoMA William Rubin non si fece scrupolo nell’enunciare i presupposti colonialisti della sua idea di arte “tribale”, nella sua celeberrima mostra, curata insieme a Kirk Varnedoe, “Primitivism” in 20th Century Art: Affinity of the Tribal and the Modern. Paradossalmente, nonostante l’implicita violenza dei suoi presupposti, egli stesso aveva volutamente rinunciato alla parola “primitivo” per parlare dell’arte degli “altri” e del suo influsso sul modernismo. Anche il successivo esperimento postmodernista a cura di Jean-Hubert Martin, la mostra parigina del 1989 Magiciens de la Terre, pur ponendosi in netto contrasto con l’ideologia di Rubin, non mancò di suscitare polemiche. A oggi, le espressioni “arte primitiva” e “primitivismo” sono giudicate con sospetto, perché ritenute cariche di significati colonialisti, etnocentrici, e in definitiva razzisti. Questo libro vorrebbe suggerire di non fare a meno della categoria di “primitivo” per sostituirla con concetti affini, che non ne cancellano la sostanza. Piuttosto, di comprendere e situare un bisogno inscritto forse nell’orizzonte culturale dell’Occidente: quello del gusto per la ricerca di somiglianze tra il presente e il passato, tra il vicino e il lontano, tra il nuovo e l’antico, tra il moderno e il tribale. In una parola: per il primitivismo.

L'invenzione del primitivo : Itinerari estetici della falsa somiglianza / M. Fontana. - Milano : Mimesis, 2026. - ISBN 9791222328423. (QUADERNI DI VISUAL AND MEDIA STUDIES)

L'invenzione del primitivo : Itinerari estetici della falsa somiglianza

M. Fontana
2026

Abstract

Perché le mostre di “arte primitiva” sono inevitabilmente oggetto di polemiche e critiche? Perché la parola stessa, “primitivo”, sembra oggi quasi impronunciabile? Anche quando si cerca di sfuggire a ogni trappola etnocentrica, colonialista o riduzionista, il dibattito acceso, per non dire lo scandalo, sembra inevitabile. Accadde nel 1984 a New York quando l’allora direttore del Dipartimento di scultura e pittura del MoMA William Rubin non si fece scrupolo nell’enunciare i presupposti colonialisti della sua idea di arte “tribale”, nella sua celeberrima mostra, curata insieme a Kirk Varnedoe, “Primitivism” in 20th Century Art: Affinity of the Tribal and the Modern. Paradossalmente, nonostante l’implicita violenza dei suoi presupposti, egli stesso aveva volutamente rinunciato alla parola “primitivo” per parlare dell’arte degli “altri” e del suo influsso sul modernismo. Anche il successivo esperimento postmodernista a cura di Jean-Hubert Martin, la mostra parigina del 1989 Magiciens de la Terre, pur ponendosi in netto contrasto con l’ideologia di Rubin, non mancò di suscitare polemiche. A oggi, le espressioni “arte primitiva” e “primitivismo” sono giudicate con sospetto, perché ritenute cariche di significati colonialisti, etnocentrici, e in definitiva razzisti. Questo libro vorrebbe suggerire di non fare a meno della categoria di “primitivo” per sostituirla con concetti affini, che non ne cancellano la sostanza. Piuttosto, di comprendere e situare un bisogno inscritto forse nell’orizzonte culturale dell’Occidente: quello del gusto per la ricerca di somiglianze tra il presente e il passato, tra il vicino e il lontano, tra il nuovo e l’antico, tra il moderno e il tribale. In una parola: per il primitivismo.
2026
Primitivismo; Falsa somiglianza; arte americana; arte femminista; Lucy Lippard
Settore PHIL-04/A - Estetica
L'invenzione del primitivo : Itinerari estetici della falsa somiglianza / M. Fontana. - Milano : Mimesis, 2026. - ISBN 9791222328423. (QUADERNI DI VISUAL AND MEDIA STUDIES)
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