Il presente contributo propone una lettura ecocritica del dettato di due poetesse italiane contemporanee, Antonella Anedda (1955) e Silvia Bre (1953), soffermandosi rispettivamente su alcuni testi di Salva con nome (Mondadori, 2012) e de Le barricate misteriose (Einaudi, 2001). Queste opere pongono il concetto di luogo al centro del loro discorso e lo interpretano analogamente, sebbene con modi e stili idiosincratici. In entrambi i libri la spazialità appare indissolubilmente legata all’atto poetico stesso, al punto che si riscontra un movimento duplice di spazializzazione della poesia e di mentalizzazione dello spazio. L’intento comune delle due testualità è un avvicinamento drastico, finanche una confusione virtuosa tra il piano poietico-immaginativo e quello referenziale. Il risultato è la fondazione di un contro-luogo poetico nel quale la diatriba tra realtà e immaginazione è momentaneamente risolta e si annullano con essa le moderne e postmoderne discrasie tra soggetto e oggetto. Una simile prospettiva è coerente con la nozione di garden culture elaborata da John Vernon nel saggio The garden and the map (1973), oltre che con gli studi di antropologi come Bruno Latour (1947-2022) e Gregory Bateson (1904-1980), tra i più importanti teorici del connubio mente-natura. Un’altra matrice esplicitamente condivisa dai versi delle due autrici è la poesia di Wallace Stevens (1879-1955), nella quale il motivo dell’incontro-scontro tra reale e ideale è un’ossessione diffusa. Nella fattispecie, è in The Auroras of Autumn (1950) e nella pressoché contemporanea raccolta di saggi The Necessary Angel (1951) che il poeta americano porta a compimento la riflessione sulla necessità di una de-sublimazione del discorso poetico e di un conseguente allineamento di quest’ultimo con il mondo predicato dalla parola. Gli universi testuali di Anedda e Bre sono animati da una sensibilità analoga a quella di Stevens e declinano con soluzioni differenti lo stesso rapporto di co-implicazione tra poesia-ideale e luogo-reale. In Salva con nome si osserva un’estensione progressiva della voce e del corpo poetico in direzione dei dettagli, con l’effetto di un «prolungamento» reciproco in cui il luogo smette la più abituale funzione di sfondo (cfr. in particolare Non uno sfondo, con un esergo di Stevens). Ne Le barricate misteriose, invece, il contro-luogo della poesia coinvolge «l’umano e l’eterno» in una «quiete di tanti respiri uguali» (Il luogo) ed è accessibile solo a un soggetto che abbia preventivamente abbandonato sé stesso (in sintonia con l’idea blanchotiana di «spazio letterario», dove pure lo scrittore e l’opera smarriscono i rispettivi confini).
Geografie stevensiane e 'garden culture': il contro-luogo poetico nella scrittura di Antonella Anedda e Silvia Bre. I casi di 'Salva con nome' e de 'Le barricate misteriose' / D. Ghisleni. 1. Luoghi, non-luoghi e contro-luoghi. Teorie e rappresentazioni tra letterature, arti e linguaggi Bari 2026.
Geografie stevensiane e 'garden culture': il contro-luogo poetico nella scrittura di Antonella Anedda e Silvia Bre. I casi di 'Salva con nome' e de 'Le barricate misteriose'
D. Ghisleni
2026
Abstract
Il presente contributo propone una lettura ecocritica del dettato di due poetesse italiane contemporanee, Antonella Anedda (1955) e Silvia Bre (1953), soffermandosi rispettivamente su alcuni testi di Salva con nome (Mondadori, 2012) e de Le barricate misteriose (Einaudi, 2001). Queste opere pongono il concetto di luogo al centro del loro discorso e lo interpretano analogamente, sebbene con modi e stili idiosincratici. In entrambi i libri la spazialità appare indissolubilmente legata all’atto poetico stesso, al punto che si riscontra un movimento duplice di spazializzazione della poesia e di mentalizzazione dello spazio. L’intento comune delle due testualità è un avvicinamento drastico, finanche una confusione virtuosa tra il piano poietico-immaginativo e quello referenziale. Il risultato è la fondazione di un contro-luogo poetico nel quale la diatriba tra realtà e immaginazione è momentaneamente risolta e si annullano con essa le moderne e postmoderne discrasie tra soggetto e oggetto. Una simile prospettiva è coerente con la nozione di garden culture elaborata da John Vernon nel saggio The garden and the map (1973), oltre che con gli studi di antropologi come Bruno Latour (1947-2022) e Gregory Bateson (1904-1980), tra i più importanti teorici del connubio mente-natura. Un’altra matrice esplicitamente condivisa dai versi delle due autrici è la poesia di Wallace Stevens (1879-1955), nella quale il motivo dell’incontro-scontro tra reale e ideale è un’ossessione diffusa. Nella fattispecie, è in The Auroras of Autumn (1950) e nella pressoché contemporanea raccolta di saggi The Necessary Angel (1951) che il poeta americano porta a compimento la riflessione sulla necessità di una de-sublimazione del discorso poetico e di un conseguente allineamento di quest’ultimo con il mondo predicato dalla parola. Gli universi testuali di Anedda e Bre sono animati da una sensibilità analoga a quella di Stevens e declinano con soluzioni differenti lo stesso rapporto di co-implicazione tra poesia-ideale e luogo-reale. In Salva con nome si osserva un’estensione progressiva della voce e del corpo poetico in direzione dei dettagli, con l’effetto di un «prolungamento» reciproco in cui il luogo smette la più abituale funzione di sfondo (cfr. in particolare Non uno sfondo, con un esergo di Stevens). Ne Le barricate misteriose, invece, il contro-luogo della poesia coinvolge «l’umano e l’eterno» in una «quiete di tanti respiri uguali» (Il luogo) ed è accessibile solo a un soggetto che abbia preventivamente abbandonato sé stesso (in sintonia con l’idea blanchotiana di «spazio letterario», dove pure lo scrittore e l’opera smarriscono i rispettivi confini).| File | Dimensione | Formato | |
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