L’evoluzione del capitalismo italiano e internazionale dal 1945 a oggi rappresenta un laboratorio privilegiato per indagare le tensioni tra stabilità ed efficienza, tra modelli di sviluppo statalisti e dinamiche di liberalizzazione, tra economia reale e crescente finanziarizzazione. Nel secondo dopoguerra, la ricostruzione e l’inserimento dell’Italia nel sistema di Bretton Woods furono accompagnati da un assetto istituzionale e creditizio che privilegiava la coesione e la solidità complessive rispetto all’efficienza dei mercati. La centralità dello Stato, il ruolo delle partecipazioni pubbliche e la funzione di garanzia esercitata dalla Banca d’Italia costituirono i pilastri di un capitalismo “protetto”, che sostenne la straordinaria stagione di crescita culminata nel “miracolo economico”. A partire dagli anni ’70, la fine del regime dei cambi fissi, i ripetuti shock petroliferi e la stagflazione misero in crisi i paradigmi keynesiani e aprirono la strada a un progressivo riassetto. Il neoliberismo, affermatosi dapprima negli Stati Uniti e nel Regno Unito, diffuse l’idea che la riduzione del ruolo pubblico, la deregolamentazione finanziaria e la privatizzazione delle imprese statali fossero condizioni necessarie per la modernizzazione. In Italia, tuttavia, la persistenza di un tessuto produttivo dominato da piccole e medie imprese, la centralità del credito bancario e l’eredità delle partecipazioni statali resero questo processo più contraddittorio e diseguale, intrecciando modernizzazione e fragilità strutturali. Dagli anni ’90 la globalizzazione, l’integrazione europea e la rivoluzione tecnologica hanno accelerato la trasformazione del capitalismo, rafforzando la supremazia della finanza e accentuando le pressioni competitive. La crisi del 2008, lungi dall’invertire la tendenza, ha consolidato il predominio di pochi grandi fondi e conglomerati globali, la cui logica estrattiva ha posto nuove sfide alla sovranità degli Stati e alla coesione sociale. Analizzare tale parabola consente di comprendere come, nel lungo periodo, l’Italia e le economie avanzate abbiano privilegiato la salvaguardia della stabilità sistemica – della moneta, delle istituzioni creditizie, dei mercati finanziari – anche al prezzo di sacrificare l’efficienza allocativa, la capacità di innovazione e, in ultima analisi, la sostenibilità sociale dello sviluppo.
Dall’ordine post-bellico di Bretton Woods al capitalismo finanziario. Riflessioni sull’Italia e sull’economia globale dal 1945 a oggi / G. De Luca - In: Corporate Tax Governance : Il rischio fiscale nei modelli di gestione d’impresa / [a cura di] G. Marino. - Riedizione. - Torino : Giappichelli, 2026. - ISBN 979-12-211-1751-6. - pp. 3-30
Dall’ordine post-bellico di Bretton Woods al capitalismo finanziario. Riflessioni sull’Italia e sull’economia globale dal 1945 a oggi
G. De Luca
2026
Abstract
L’evoluzione del capitalismo italiano e internazionale dal 1945 a oggi rappresenta un laboratorio privilegiato per indagare le tensioni tra stabilità ed efficienza, tra modelli di sviluppo statalisti e dinamiche di liberalizzazione, tra economia reale e crescente finanziarizzazione. Nel secondo dopoguerra, la ricostruzione e l’inserimento dell’Italia nel sistema di Bretton Woods furono accompagnati da un assetto istituzionale e creditizio che privilegiava la coesione e la solidità complessive rispetto all’efficienza dei mercati. La centralità dello Stato, il ruolo delle partecipazioni pubbliche e la funzione di garanzia esercitata dalla Banca d’Italia costituirono i pilastri di un capitalismo “protetto”, che sostenne la straordinaria stagione di crescita culminata nel “miracolo economico”. A partire dagli anni ’70, la fine del regime dei cambi fissi, i ripetuti shock petroliferi e la stagflazione misero in crisi i paradigmi keynesiani e aprirono la strada a un progressivo riassetto. Il neoliberismo, affermatosi dapprima negli Stati Uniti e nel Regno Unito, diffuse l’idea che la riduzione del ruolo pubblico, la deregolamentazione finanziaria e la privatizzazione delle imprese statali fossero condizioni necessarie per la modernizzazione. In Italia, tuttavia, la persistenza di un tessuto produttivo dominato da piccole e medie imprese, la centralità del credito bancario e l’eredità delle partecipazioni statali resero questo processo più contraddittorio e diseguale, intrecciando modernizzazione e fragilità strutturali. Dagli anni ’90 la globalizzazione, l’integrazione europea e la rivoluzione tecnologica hanno accelerato la trasformazione del capitalismo, rafforzando la supremazia della finanza e accentuando le pressioni competitive. La crisi del 2008, lungi dall’invertire la tendenza, ha consolidato il predominio di pochi grandi fondi e conglomerati globali, la cui logica estrattiva ha posto nuove sfide alla sovranità degli Stati e alla coesione sociale. Analizzare tale parabola consente di comprendere come, nel lungo periodo, l’Italia e le economie avanzate abbiano privilegiato la salvaguardia della stabilità sistemica – della moneta, delle istituzioni creditizie, dei mercati finanziari – anche al prezzo di sacrificare l’efficienza allocativa, la capacità di innovazione e, in ultima analisi, la sostenibilità sociale dello sviluppo.| File | Dimensione | Formato | |
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